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Si deve partire dal presupposto che il settore culturale e creativo non è mai stato il primo impiego legato al concetto di denaro. Se questo avrebbe dovuto nobilitare le professioni artistiche, forse è anche giunto il momento di passare al paradigma secondo cui con la cultura si possa mangiare. Non c’è nulla di cui vergognarsi a voler essere pagati per il proprio lavoro e la propria arte non rischia certo di perderne in qualità.
Capofila di questo paradigma, nonché fonte primaria per comprendere al meglio la situazione delle imprese culturali e creative in Italia, è sicuramente il rapporto Io Sono Cultura della fondazione Symbola – una delle più importanti istituzioni per quanto concerne l’ambito culturale. Nella regione Trentino Alto-Adige, al 2016 sono state contate ben 4.936 diverse imprese in questo settore che, grazie al loro operato, hanno creato un valore aggiunto che arriva a sfiorare i due miliardi di euro.

In uno studio incentrato sulla situazione in Alto Adige, redatto nel 2013, venivano analizzate ben 1.412 imprese incentrate sul tema della cultura e con un totale di 4.751 addetti nel settore. E con questi numeri, il lavoro legato alla cultura andava a coprire più del 4% di tutto il settore imprenditoriale altoatesino.
Già con questi dati si può notare l’esplosione d’impiego in quest’ambito relativamente nuovo. Nuovo, eppure particolarmente ricco e variegato da potersi dire agli albori della propria affermazione sull’intero territorio.
Importante caratteristica trasversale che unisce i vari settori di quest’ambito è la giovane età degli addetti ai lavori. Si tratta perlopiù di giovani, le cui potenzialità creative vengono messe in gioco per l’innovazione non solo del prodotto, ma anche del processo di realizzazione del bene e/o servizio.
Non è quindi da considerarsi un caso che proprio in questi ultimi tempi sia nato nella nostra Provincia uno stabile come il NOI Techpark, una struttura che strizza l’occhio alla creatività applicata in ambito tecnologico, se con creatività s’intende la ricerca di soluzioni nuove a nuovi problemi. È proprio da un ente interno al NOI, la BLS, che emerge il conto di 1.700 imprese culturali e creative attive nella provincia bolzanina nel 2017.

Il problema principale nella redazioni di questa analisi, è perlopiù decidere quale attività si voglia caratterizzare come impresa culturale e creativa. Una delle strategie più utilizzate, è quella di riferirsi ai codici Ateco, ovvero una sequenza numerica che permette all’Agenzia delle Entrate di capire che tipo di attività viene svolta (es: un editore di libri e periodici avrà il codice 58.1 e, di conseguenza, tutte le fatture che emetterà dovranno riferirsi all’attività editoriale e non alla riparazione di biciclette).
Il problema è perlopiù linguistico, poiché ci si ritrova a dover classificare un lavoro non ancora inserito nella tassonomia contemporanea – soprattutto in ambito creativo. Comprendere a tutto tondo di che cifre si sta parlando, dunque, rimane complicato e prevede una variabile legata all’interpretazione dei dati.

Se avete in mente un lavoro e volte scoprire se è già stato “etichettato”, potete scoprirlo qui.

(FOTO DA IDM Creative Industries Get together)

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