Le storie del viaggio

In questa sezione troverai il lavoro di Alessandro Cristofoletti, storyteller per professione che ha collaborato con il progetto.
Buona lettura!

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Laura Corazzi, Talent Garden, Milano

Non c’è vero coworking senza community manager.

Quando si parla di coworking si pensa a un grande spazio in cui professionisti e società condividono l’ambiente di lavoro. Corretto, ma in questo quadretto, perché la cosa funzioni davvero, manca un elemento fondamentale, il community manager. Laura Corazzi, la CM di Talent Garden, una delle realtà di coworking più prestigiose d’Italia nel campo dell’innovazione digitale, ci racconta la sua storia: nata a Gubbio, liceo classico, scienze politiche in triennale, master in economia. Dopo l’università lascia l’Italia e vola in Cina dove studia lingue e lavora per quattro anni in un’azienda come business developer. “Poco dopo essere tornata in Italia, ho scoperto che stava nascendo TAG e ho deciso di cambiare. Non avevo un’idea precisa di cosa avrei dovuto fare, era una novità non solo per me, ma in generale. Questa è una professione che si sta creando ora e per la quale non esistono ancora corsi di formazione dedicati: le selezioni si fanno in base a competenze trasversali, che sono principalmente la capacità di vendita, di relazione con le persone e l’intraprendenza creativa. Questo mestiere è difficile definirlo in due parole, perché comprende mansioni diverse e collegate fra loro, dalla cura del settore commerciale attraverso la vendita degli spazi, all’assistenza dei clienti (i coworkers, per essere chiari), all’organizzazione di eventi. Insomma, il CM deve occuparsi di tutte quelle attività che permettono di sviluppare la comunità. Perché mettere 300 persone in una stanza non fa sì che automaticamente queste si conoscano e trovino punti di contatto da cui far nascere collaborazioni. È un processo lento e complicato che va fatto germogliare e crescere costantemente. A tal fine in TAG proponiamo un numero elevato di workshop, networking nights o semplici aperitivi che però non hanno finalità social: le persone devono uscire dalla serata con contatti utili e idee innovative per la loro attività. Il coworking, se gestito bene, è una struttura liquida in costante mutamento, che viene influenzata da chi in quel momento vi partecipa. Ognuno da il suo contributo e giova del contributo altrui. E Il CM è il regista di questo flusso di competenze e relazioni. È quello che nella struttura conosce tutti e che mastica, almeno a grandi linee, un po’ del lavoro di ciascuno, altrimenti non saprebbe trovare le connessioni fra le varie professionalità che arrivano a volte ad essere molto tecniche e specializzate; deve essere rivolto all’interno per curare i rapporti di quella che diventa una sorta di famiglia, ma anche all’esterno per raccogliere ininterrottamente nuovi stimoli con cui contaminare l’ambiente. In poche parole, senza questa figura, il coworking si ridurrebbe ad una stanza molto grande in cui tante teste pensano e lavorano individualmente.

Ufa Fabrik, Berlino

Una comunità green nel cuore di Brelino

Fino al ’65 in questo luogo si producevano sogni: quei ritratti di un mondo ideale fatti di celluloide che le persone guardano col naso all’insù nel buio di una sala. Come accade sempre, però, alla fine del film la dissolvenza manda tutti a casa, e questo accadde anche agli studi cinematografici AFIFA, che chiusero per bancarotta.
Quando muore un sogno, a volte un altro prende il suo posto. E così fu per un gruppo di persone animate dagli stessi ideali di condivisione. Poco dopo l’abbandono, essi occuparono i 20 mila metri quadrati di terreno dove sorgevano gli studi, nel cuore di Tempelhof, a Berlino. Il quartiere fu animato dall’insediamento di questa nuova comunità composta da una settantina di elementi - che col tempo si ridusse a trentacinque - e dalle iniziative che questa propose alla collettività: un cinema, un teatro, una scuola, un asilo. A queste, col tempo, se ne aggiunsero altre. Oggi è attivo un fornaio che produce 3000 pezzi di pane al giorno, un ostello con prenotazioni riservate per tutto il prossimo anno, una fattoria didattica e altro ancora. La forza di questo piccolo (e grande) esperimento sociale è che funziona invariato da 40 anni. I fondatori invecchiano e sono sostituiti da giovani adulti che sono nati e cresciuti in seno alla comunità. Tutte le decisioni si prendono assieme e per il bene comune. Per bene comune non si intende solo ed esclusivamente il bene della loro ristretta cerchia, ma di coloro che ne sono coinvolti, più o meno attivamente e, più in generale, del benessere del mondo. Ogni scelta è fatta anche su una base di carattere ambientale. Tutte le infrastrutture sono state convertite ad un sistema di sostenibilità che si avvicini il più possibile all’impatto zero, limitando gli sprechi di risorse e attingendo all’energia da fonti rinnovabili. Invece di costruire tetti in cemento hanno optato per realizzare coperture verdi, così da impermeabilizzare e isolare i solai e al tempo stesso risparmiare elettricità per non dover usare condizionatori durante l’estate. Lo stesso approccio è stato usato nell’utilizzo di pannelli fotovoltaici intelligenti, i quali, attraverso un sistema di carrucole e contrappesi inventato da loro, si inclinano automaticamente durante la giornata seguendo il sole e ottimizzando la produzione di energia.

Bethanien - Berlino

Come un palazzo cambia identità: da ospedale a centro artisti.

Il tempo cambia il carattere delle persone. E lo stesso fa con i palazzi. Invece di essere rasi al suolo, a volte, alcuni di loro assumono nuova forma e nuova vita, diventando qualcosa di diverso. Il Bethanien di Berlino è un esempio su tutti. Immaginatelo com’era agli inizi, quando sorse alla metà dell’Ottocento: un grande ospedale gestito da diaconesse in aperta campagna. In più di 150 anni, lo sviluppo edilizio, le guerre, il cambiamento della sensibilità e delle esigenze dei cittadini lo hanno trasformato in un centro culturale e per artisti immerso nella realtà cittadina di Mariannenplatz (sta all’interno del ring). Il complesso fu attivo per oltre un secolo, passando attraverso momenti tragici come i bombardamenti del ’43 e del ’45, per colpa dei quali subì forti danneggiamenti. Nonostante il conflitto, il Bethanien, come ospedale, sopravvisse fino alla fine degli anni ’60, seppur riducendo progressivamente l’attività. Furono i debiti, ordigni più lenti e silenziosi, ma altrettanto efficaci, a strozzarlo lentamente fino alla sua morte. Chiusi i battenti nel ’68, il comune avviò le pratiche per la demolizione: l’area faceva gola a molti. Solo l’edificio principale, diviso su tre piani, conta una superficie di 12mila metri quadrati, mentre il parco che lo circonda ne misura altri 87mila.
In quei giorni in cui l’Occidente era scosso da grandi movimenti popolari e contestazioni avvenne però qualcosa di imprevisto: squatters, ambientalisti, comitati di quartiere e associazioni si unirono scatenando un’ondata di proteste contro l’abbattimento. L’amministrazione recepì il messaggio e fece dietrofront. L’anno successivo la proprietà, che appartiene al Senato di Berlino, fu dichiarata monumento storico. Non può quindi essere più demolita né venduta.
Da allora, dopo alcuni interventi architettonici, il Bethanien è uno dei centri di residenza artistica più noti della città. Le sue dimensioni gli permettono non solo di ospitare creativi di ogni genere, ma di farli lavorare fornendo loro spazi e attrezzature. Sono presenti 32 realtà no profit diverse che si occupano di cultura nelle sue più varie accezioni: atelier per artisti, gallerie, teatri, un centro di mimo, un cinema, una biblioteca, tre scuole di musica e poi recitazione, grafica, animazione digitale, lingue e danza.

Ex Fadda, San Vito dei Normanni, Puglia

Come facciamo a formare i cittadini del futuro

Qui in passato si produceva il vino, poi venne l’abbandono e con esso il degrado. Fino a che, nel 2012, prese vita ExFadda. Roberto Covolo, il project manager, durante la visita ci porta sul lato est del complesso. Ci indica delle transenne e dei lavori in corso: ecco, questo è lo scavo che ha fatto il comune di San Vito per drenare le infiltrazioni che ci arrivavano in cantina dal torrente che passa lì dietro. Hanno fatto degli errori, hanno lavorato per metterci una pezza fino a quando si sono stancati e hanno lasciato tutto così senza completare l’opera. Questo è un esempio concreto di cattiva amministrazione che noi nel nostro piccolo cerchiamo di combattere. In che modo? Vogliamo scardinare un sistema che qui vige da tempi immemori lavorando su progetti con una visione a lungo termine. Sarebbe bello contribuire alla formazione di una classe dirigente migliore di quella attuale. In questo senso abbiamo deciso di dare le chiavi di ExFadda a tutte le 50 persone, perlopiù giovani, che sono coinvolte attivamente nelle iniziative: un gesto più che simbolico per responsabilizzarle, per far sì che si prendano cura di una cosa di tutti in un pezzo d’Italia dove il bene comune non ha nessun valore. Gli ambiti di ciò che propongono sono i più disparati: cultura, welfare, innovazione sociale, rigenerazione urbana, artigianato, sport, comunicazione, musica, cucina, agricoltura. Abbiamo così tante cose in cantiere che a volte i 3000 m² della struttura (e un ettaro di podere) faticano a bastarci. Ma tutti gli sforzi vengono ripagati quotidianamente dai risultati che otteniamo: in media questo spazio viene usato da 500 persone a settimana. È vero, abbiamo colmato un vuoto perché in provincia ai giovani viene offerto veramente poco. Se pensiamo però che San Vito dei Normanni non arriva ai 20.000 abitanti la partecipazione risulta davvero alta. Comunque non ci sentiamo arrivati, mai. Lavoriamo sodo perché gestire ExFadda non è semplice. I costi di mantenimento sono altissimi e fortunatamente possiamo contare sui proventi del ristorante e del bar, che negli ultimi anni stanno girando molto bene. A prescindere dallo sforzo di inserire qualcosa di completamente nuovo e dirompente in un territorio abituato a mantenere il proprio status quo credo che ne valga la pena. Se tutti questi ragazzi decidono di investire, o anche semplicemente trascorrere, il loro tempo qui invece che fuori è già un ottimo segnale per il futuro. Da grandi porteranno questa esperienza con sé e saranno, forse, dei cittadini migliori di quelli di oggi.

Casa Netural - Matera

Il globale incontra il locale in una piccola community del sud Italia.

Andrea è piemontese. Si è laureato in architettura, disciplina che permette di progettare e poi di veder nascere e crescere da zero il frutto del proprio lavoro. Ma non sono palazzi le cose che Andrea ha scelto di costruire, bensì qualcosa di più mobile e impalpabile come le reti di relazioni umane e professionali. Nel 2009, al termine di un’esperienza come dirigente a Milano nel colosso Impact Hub, sceglie il sud per cercare di realizzare il suo sogno. Per sei mesi visita varie province del meridione fino a che non trova il luogo giusto: Matera, un centro che si sta muovendo molto anche grazie all’investitura a Capitale della Cultura nel 2019. Qui, assieme all’aiuto di alcuni collaboratori che saranno per lui una vera e propria famiglia, fonda Casa Netural, che deriva dall’unione delle parole rural networking. Si tratta del primo esempio in Italia di coworking rurale e coliving. In una casa di 240 m², suddivisa su quattro piani e che si trova poco fuori dal centro della città, gli ospiti lavorano assieme e vivono assieme, interagendo, confrontandosi costantemente, condividendo vita quotidiana e professionale. Da questo miscuglio nascono sinergie nuove e imprevedibili, soprattutto se si considera il duplice focus del progetto: da un lato Andrea e il suo staff, grazie anche ai contatti maturati ad Impact Hub, si rivolge al mondo, richiamando professionisti da America, Canada e Australia. Dall’altro coinvolge la comunità locale proponendo progetti e workshop strettamente legati al territorio. Ma lo stimolo è reciproco. Conoscitori, artigiani o semplici appassionati possono entrare in Casa Netural e proporre attività che vengono poi realizzate assieme alla Community o a una parte di essa. Netural walk, Netural Talk, Cucinetural, Agrinetural sono solo alcune delle iniziative incubate nel loro spazio. Dopo quasi 10 anni di attività Andrea può dirsi soddisfatto per essere riuscito a insediare, in un terreno di iniziale diffidenza, una dinamica di lavoro e di relazioni completamente nuova non solo per la Basilicata, ma per gran parte d’Italia, coniugando alla perfezione la dimensione locale con quella globale.

Nunzio Gianfelice, Impact Hub Bari – Aulab

Imparare dal fallimento.

La mia avventura iniziò all’università, nel 2012. Frequentavo Informatica qui a Bari e facevo parte di un gruppo di rappresentanti universitari. Eravamo pieni di voglia di fare e un prof ci sfidò proponendoci di partecipare a un bando del MIUR per progetti di innovazione sociale under 30. Così nacque Meeting Point, un’applicazione che permetteva di mettere in contatto in modo molto efficiente domanda e offerta nel mondo del lavoro. Vincemmo il concorso e fummo cofinanziati per 200.000 € sull’80% della spesa (il resto dovevamo metterlo noi). Con quel denaro iniziammo l’attività, costruimmo la piattaforma, la app mobile e la nostra idea divenne reale e, soprattutto, funzionante. Molte persone, grazie a noi, riuscirono a trovare un occupazione, poiché si trattava di un sistema per far incontrare la domanda e l’offerta nel mondo del lavoro. Come nostra sede scegliemmo uno spazio dentro ad Impact Hub Bari, che in quei mesi aveva aperto da poco. Un simile centro di coworking era una cosa innovativa per tutta la realtà pugliese: giovani imprenditori e piccole aziende che lavoravano assieme e creavano sinergie. Nonostante ci trovassimo in un ambiente molto stimolante, il nostro progetto, purtroppo non per causa nostra, andò incontro a una morte lenta ma inevitabile. All’inizio del 2015 il Miur smise di pagarci i contributi che io, in quanto referente economico con il ministero, richiedevo su rendicontazione. Per noi comportava dover investire tutto di tasca nostra. Da semplici studenti era praticamente impossibile. Scoppiarono tensioni e malumori, in fin dei conti eravamo coinvolti nella cosa a livello sia professionale che emotivo. Era la nostra grande scommessa e ci credevamo tutti.
Fu difficile abbandonare quella creatura nata e cresciuta grazie a noi, tuttavia l’esperienza non fu affatto inutile: avevo appreso una serie di competenze tecniche, economiche e manageriali che l’università non era stata in grado di darmi. Per la costruzione di Meeting Point avevamo chiesto aiuto a chi ne sapeva più di noi per parti delicate come il business plan e lo sviluppo progettuale. Osservando e affiancando queste persone, avevamo appreso quanto ci serviva per poter iniziare a muoverci con le nostre gambe.
Mentre il nostro primo progetto si spegneva, assieme ad altri tre amici e colleghi, grazie alla lezione acquisita, facemmo nascere Aulab s.r.l., una società di formazione e consulenza in campo informatico e non. Abbiamo iniziato a trasmettere ad altri, partendo proprio dai ragazzi delle scuole superiori, quelle conoscenze che noi avevamo appreso sul campo, convinti che non serva avere 25 anni per realizzare un’idea, se questa è buona. Oggi siamo diventati una realtà consolidata su più regioni del sud Italia e, seppur a malincuore, a breve dovremo lasciare la nostra postazione storica ad Impact Hub. Abbiamo bisogno di più spazio.